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Angoli di Toscana
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"ITINERARI TURISTICI TOSCANA"
SIENA, al punto d'incrocio dei terzieri della città
Questa rubrica è destinata ad accogliere la segnalazione di
località, fatti, storie, personaggi, fuori dai normali canali turistici e
conoscitivi, ma che si ritengono meritevoli di una segnalazione, non solo per
i Soci toscani, ma per tutti coloro che vorranno conoscere più approfonditamente la Toscana.
Anche nei suoi aspetti meno noti, ma ugualmente interessanti o singolari e che
contribuiscono a formare l'immenso patrimonio storico e culturale di questo
territorio.
In questo senso anche le segnalazioni dei singoli Soci,
degli Enti turistici, dei Comuni, saranno gradite. Potete anche scriverci direttamente
cliccando su "Contattaci"
SOMMARIO:
v
ALLA
SCOPERTA DEI TESORI DI MAGLIANO IN TOSCANA - di
Monica Moretti
v
SAN
VALENTINO A LUCIGNANO. Il paese dell'Amore - di Silvia Poli
v
LA
VALDELSA DELLE "ATLANTIDI". Siti misteriosi e una città scomparsa
- di Andrea Ciappi
v FOSDINOVO. Il
castello dell'invettiva dantesca contro Pisa - di Umberto Ascani Menicucci
v SAN DONATO IN PERANO. Il maniero del fantasma
della "dama bianca" - di Mino Consumi
NUOVO:
v IL TERRITORIO DI SANTA LUCE.
Dedicato a una santa, permeato di luce - di Gianni
Mecocci
Alla scoperta dei tesori di
Magliano in Toscana
Di Monica Moretti.
In collaborazione con l'Ufficio stampa del Comune di
Magliano in Toscana
NOTA DEL CONSOLE REGIONALE. Caso particolare quello di
Magliano in Toscana: non può ambire alla "Bandiera arancione" TCI non essendo un
territorio solo dell'entroterra ma non può neppure aggiudicarsi le "Vele blu" di
Legambiente e TCI poichè le sue splendide spiagge, prima fra tutte Cala di
Forno, sono comprese nel Parco Regionale della Maremma. Questi... inconvenienti
burocratici nulla tolgono però alla bellezza ed alla piacevolezza dei luoghi,
che ne fanno una piccola capitale maremmana del buon vivere, cui rendiamo
omaggio con questo brillante percorso guidato di Monica Moretti.
La Maremma Toscana ha sempre affascinato i viaggiatori di tutti i tempi. E'
il luogo ideale per ritrovare se stessi e l'intimo legame con la natura,
riscoprire colori, profumi e sapori del passato, abbandonarsi alla piacevole
calma della campagna, lasciarsi catturare dalla bellezza di scorci unici, che
appaiono all'improvviso, nascosti solo un passo prima, dalla folta e scura
macchia mediterranea.[C]
Per chi volesse provare questo tipo di emozioni, una delle
tappe fondamentali del viaggio in terra di Maremma è senza dubbio Magliano in
Toscana.
Il Paese, facilmente raggiungibile percorrendo la via
Aurelia (SR 1), sorge su una collina circondata da olivi [1]; è situato a circa
28 chilometri da Grosseto, dista circa 170 km. da Roma e 180 da
Firenze. Tutto intorno è un susseguirsi di prati da
pascolo, intervallati da vigneti geometricamente perfetti, campi coltivati a
cereali, oliveti, piccoli poderi adagiati sulle colline e grandi casolari in
pietra, tipici del paesaggio toscano.
Qui la campagna conserva un fascino tutto particolare,
grazie anche alle numerose tombe etrusche che sono state rinvenute negli anni e
che testimoniano le antiche origini di questo comune. Dal Paese si può ammirare il panorama che ad
ovest degrada verso il mare, distante dal centro abitato solo
14
chilometri.
Molti sono i tesori architettonici e ambientali che
meritano di essere ammirati in questo angolo di Maremma.
Nel 1911 Carlo Alberto Nicolosi in "La montagna
maremmana" scriveva: "Prime a richiamar l'attenzione sono le mura di Magliano,
con il loro caratteristico colore giallo chiaro". E in effetti la cinta
muraria, [C] costruita in parte nel tardo medioevo e in parte in epoca
rinascimentale, è una delle fortificazioni più interessanti e meglio conservate
della Toscana, grazie anche ad una importante opera di restauro, avviata dal
Comune, in collaborazione con la
Soprintendenzaai Beni
architettonici e Ambientali di Siena e Grosseto, a partire dal 1999.

Il lato sud-est della fortificazione è diverso da quello
ovest. La parte orientale, infatti, è stata costruita nella prima metà del 1300
ed è caratterizzata da torri a forma quadrata, mentre la parte occidentale,
risalente al Quattrocento, presenta dei torrioni di forma semicircolare, opera
della Repubblica di Siena.
VISITA GUIDATA
Partendo da nord e percorrendo la via principale del borgo
storico [A] si incontra la suggestiva Porta San Martino,
che fa da cornice allo splendido paesaggio circostante. Da lì si accede alla
piazzetta in cui si trova l'omonima chiesa, di stile romanico. Sono da vedere
anche il Palazzo
dei Priori, che ospitava il governo della Repubblica di Siena,
la Chiesa di San Giovanni
Battista del 1200, situata nella piazza principale del Paese, e sul corso
il Palazzo di
Checco il Bello, che era la dimora della nobile famiglia dei Monaldeschi.
Secondo la tradizione popolare un tempo il palazzo era abitato da Francesco
Salvi che venne soprannominato "Checco il bello" per le sue doti fisiche e sua
fama di "Casanova".

Fuori dalle mura, uscendo da Porta San Giovanni, si trova la Chiesa della Santissima
Annunziata. Di origini antichissime, questo edificio sorse da un piccolo
oratorio dedicato alla Madonna del Latte, riprodotta in alcuni affreschi che si
trovano all'interno.
Nel giardino adiacente domina l'ultramillenario "Olivo della Strega" che tra l'altro, ha
ottenuto anche il "Premio Touring ed. 2007" , assegnato agli alberi monumentali della Toscana
[2]. Si tratta di uno dei tanti olivi millenari di Magliano,
riconosciuto come pianta monumentale di particolare pregio. Un tempo era un
albero gigantesco.
Si racconta,
infatti, che un lunedì di Pasqua l'intero corpo filarmonico del Paese, composto
da più di 40 uomini, salì sulla pianta per esibirsi di fronte alla popolazione.
Oggi questo olivo è privo di buona parte dei rami ma possiede ancora un tronco
robusto e nodoso.
Secondo le antiche leggende,
intorno all'albero si consumavano dei riti pagani e dopo l'invocazione del
sacerdote, l'olivo si contorceva in modo spaventoso. Questa contorsione era
considerata una sorta di stregoneria e per questo fu chiamato "OLIVO DELLA
STREGA". Sotto, a sinistra la celebre pianta; nella foto di destra
la distesa di olivi plurisecolari che fanno da corona alle mura di
Magliano.
[C]
Continuando il percorso, a pochi chilometri da Magliano
incontriamo un monumento davvero unico, in grado di suscitare particolari
emozioni, soprattutto per la sua posizione, dal momento che si tratta di un
rudere isolato che domina la campagna circostante: il monastero di San Bruzio. [C]

Come arrivarci
Si incontra lasciando
Magliano e prendendo la SR 323 in direzione Albinia. Dopo
2
chilometri circa, si
svolta a sinistra in direzione Sant'Andrea e dopo appena un chilometro si gira
di nuovo a sinistra immettendosi in una strada sterrata che porta proprio
davanti a San Bruzio.
La chiesa, risalente al dodicesimo secolo, in origine
sembra che avesse una pianta a forma di croce, lunga circa 32
metri. Oggi di questa imponente struttura, rimane solo la
bellissima cupola bianca a forma ottagonale, considerata uno dei più
affascinanti monumenti romanici della Maremma. La cupola, senza copertura, poggia su 4 grandi
archi. I pilastri che la sorreggono sono decorati con motivi in rilievo, alcuni
dei quali ancora perfettamente conservati.
Dall'interno dell'abbazia si scorge l'azzurro del cielo e il
verde intenso dei campi. La sensazione che si prova visitando questo luogo è di
grande pace e libertà.
Le frazioni
Prendendo la strada provinciale che da Magliano porta
direttamente a Grosseto, dopo circa 11 chilometri, si
incontra Montiano.
Anche questo borgo, di origini medievali, si trova su un poggio dal quale si
possono ammirare degli scorci bellissimi. Per la sua posizione di importanza
strategica Montiano fu teatro di numerose guerre. Particolarmente tragica quella
del 1544, quando gli Ottomani, guidati dal Barbarossa, saccheggiarono il Paese
portandosi via le donne [3]. Oggi, delle antiche fortificazioni, rimane solo un tratto
di mura e la caratteristica porta di accesso ad arco ribassato.
L'altra importante frazione del comune di Magliano è Pereta. Anch'esso è un borgo di origine medievale
che però si trova lungo la SR 323 che va a Scansano. Di particolare importanza
sono l'antico nucleo abitativo, con le caratteristiche stradine strette, la
cinta muraria, la
Pieve di Santa Maria Assunta, risalente al 1400,
la
Chiesa di San Giovanni Battista di origine medievale e
l'imponente Torre dell'orologio,
alta circa 29
metri.
[C]
[A]
ALTRE COSE DA VEDERE.
Il Comune di Magliano in Toscana comprende anche un tratto
di costa di circa 7
chilometri che si affaccia sul mar Tirreno, all'interno del Parco
Naturale della Maremma.
Di particolare bellezza sono la spiaggia di Cala di Forno - che è stata segnalata da
Legambiente e dal Touring Club Italiano fra le 11 spiagge più belle
d'Italia - e
l'omonima torre, entrambe accessibili solo dal Parco Regionale della Maremma,
seguendo l'itinerario A 4.
Questo percorso (a pagamento), che rimane chiuso dal 15 giugno al 15
settembre, deve essere effettuato a piedi. E' lungo circa 12
chilometri, e richiede 4 ore di tempo, se affrontato in
maniera autonoma, oppure 6 ore, se si è accompagnati dalla
guida. Per informazioni rivolgersi direttamente al Centro visite
del Parco di Alberese - Tel.
0564.407098 www.parco-maremma.it
Partendo dal Centro Visite è particolarmente piacevole l'escursione in bici,
lungo l'apposita pista ciclabile, fino a Marina di Alberese (km. 8 circa) e - deviando
a destra poco prima di arrivare al mare - alla foce
dell'Ombrone
[foto sotto -
A]; per accedere al percorso della foce dell'Ombrone è necessario
munirsi di biglietto.

OSPITALITA', EVENTI, ENOGASTRONOMIA
Numerose sono le occasioni di svago e di divertimento, in
questo angolo di Maremma, soprattutto per gli amanti del buon cibo.
E' possibile, infatti, degustare i prodotti tipici e i piatti della
cucina maremmana, sia nei numerosi ristorantini, che nelle aziende e negli oltre 60
agriturismi del territorio comunale. Molto buoni sono i formaggi, il miele, i
salumi, l'olio d'oliva e i dolci. Ovviamente vale la pena di provare il "Morellino", anche
visitando le enoteche o recandosi direttamente nelle cantine.
Magliano in Toscana, infatti è la patria di questa Docg, che è uno dei
vini più noti e apprezzati della Toscana, prodotto nelle colline comprese tra i
fiumi Albegna e Ombrone. Di colore rosso rubino, profumo intenso e sapore
asciutto, il Morellino ha una gradazione minima di 12,5 gradi.
A questo vino è dedicato uno degli appuntamenti clou
dell'estate maglianese: "Vinellando".
[B]
L'evento si svolge nella
seconda metà di agosto nel centro storico del Paese ed è una manifestazione di
forte richiamo anche per i numerosi turisti che in estate affollano la costa e
decidono, dopo una giornata di mare, di passare una piacevole serata al fresco,
passeggiando per le vie di Magliano sorseggiando il vino, in un elegante calice
firmato "Vinellando".
Un altro appuntamento imperdibile dell'estate 2008 sarà il
"Vox mundi
festival", in programma dal 12
luglio al 16 agosto. La piazza di Magliano ospiterà ben 8 concerti
dedicati ai suoni e alle culture musicali di tutto il mondo, con star di fama
internazionale.
Altri appuntamenti
A Magliano si festeggia anche il "Primo maggio", con
la caratteristica dama vivente. La piazza centrale del Paese diventa una grande
scacchiera dove i ragazzi di due contrade si sfidano in abili mosse. Nel mese di
settembre poi c'è la tradizionale "Festa della pigiatura dell'uva".
Pereta invece, il 25 aprile, festeggia San Marco, patrono del Paese, tra
musica, giochi ed enogastronomia, mentre a Montiano , l'ultimo fine settimana di luglio, si svolge la
tradizionale "Rievocazione storica del rapimento della bella Marsilia", con la
cena medievale - su prenotazione - e la mostra-mercato degli antichi
mestieri.
Monica Moretti
Per
ulteriori informazioni sugli eventi contattare il Centro informazioni
turistiche Tel. 0564.593056 - www.comune.magliano-in-toscana.gr.it
BIBLIOGRAFIA
"Torri e castelli della Provincia di Grosseto"
di Giuseppe Guerrini, casa editrice "Nuova immagine"- Amministrazione provinciale
di Grosseto, Siena 1999
"Effetto
Magliano", da un'idea di Claudio Ceravolo - Amministrazione
comunale di Magliano. Ricerca testi Lucio Niccolai, Casa editrice Effigi,
2007.
"Guida
agli edifici sacri", a cura di Carlo Citter, casa editrice "Nuova
immagine", 1996, Siena
"Magliano e dintorni", Pro loco di Magliano in
Toscana, testi di Nicoletta D'Ardia Caracciolo, Daniela Lamioni, Franco Mino
Minucci, Editore Alfonso Quartuccio, Roma 1987.
IMMAGINI
[A] Foto di Gianni Mecocci
[B] La foto di
"Vinellando" è stata gentilmente concessa da "Maremma Magazine"
[C] Le altre immagini:
copyright Amministrazione comunale di Magliano in Toscana

IN QUESTO SITO, PER SAPERNE
DI PIU'.
[1] Su Magliano in Toscana vd. anche il servizio "Week end all'Argentario" in 'Itinerari
turistici' > 'Terre di mezzo e Maremma'
[2] Del Premio Touring vd. alla sezione 'Il Premio Touring della
Toscana'; per la storia millenaria dell'Olivo delle Strega vd. anche in 'Rubriche' >
'Amico albero'
[3] E' ricollegabile a quel tragico evento la leggenda della "Bella Marsilia"
che si celebra a Montiano ogni ultimo fine settimana di luglio vd. in
'Appuntamenti' > 'Agenda 2008'


San Valentino a
Lucignano
Il paese dell'amore.
Di Silvia Poli. In collaborazione con il Comune di Lucignano.

Nella campagna aretina c'è un paesino di sole 3.468 anime,
che merita veramente di essere visto. Si tratta di Lucignano (Comune "Bandiera
Arancione" TCI), un
piccolo borgo medievale ricco di storia, tradizioni e magia, che sorge in
posizione dominante, a 414
metri sul livello del mare e si affaccia sulla
Valdichiana, a metà strada tra Siena e Arezzo.
[A]
La prima cosa che affascina è proprio la sua particolare
pianta urbanistica, composta da anelli ellittici di edifici, delimitati dalla
Cinta Muraria. Passando dalle due porte del 1371, Porta San Giovanni e Porta San
Giusto, ci si ritrova improvvisamente catapultati indietro nel tempo di seicento
anni. Percorrendo quella che allora era chiamata la "via povera", oggi via Roma,
si possono vedere tante piccole case dall'aspetto modesto, dove vivevano le
famiglie più umili nel Medioevo. Se, invece, si cammina sull'antica "via ricca",
l'attuale via Matteotti, si possono ammirare gli eleganti palazzetti in stile
rinascimentale, dove un tempo risiedevano le famiglie nobili del borgo.
Giungendo nella parte alta del centro urbano, si arriva nel cuore pulsante della
vita cittadina: qui vi sono il Palazzo Pretorio, la Chiesa
di San Francesco, la
Collegiata di San Michele Arcangelo e il Museo
Comunale.
Tra i tesori storici di Lucignano ce n'è uno che è degno di
particolare attenzione: l'Albero
d'Oro, conosciuto anche come Albero della Vita, Albero dell'Amore o
semplicemente Albero
di Lucignano* [1]. Non è un albero vero, ma uno splendido capolavoro di
oreficeria gotica appartenente alla tradizione senese-aretina.
[B]

La scultura, iniziata nel 1350 da Ugolino da Vieri e
terminata nel 1471 da Gabriele D'Antonio, è alta2,60
metri ed è realizzata in oro, corallo, smalti e cristalli
di rocca. E' composto da un fusto centrale poggiato su una teca, che una volta
fungeva da reliquiario, da cui partono dodici rami decorati con foglie e piccoli
medaglioni che anticamente contenevano miniature su pergamena e figure smaltate.
Il tutto sormontato da un Crocifisso e da un pellicano che si becca il petto per
nutrire i suoi piccoli con il proprio sangue, simbolo di nuova vita. Si dice
anche che le teche contenessero reliquie francescane e schegge della Croce di
Cristo.
Secondo la leggenda del paese, le coppie che si scambiano
promesse
d'amore o di matrimonio davanti all'Albero, avranno fortuna, felicità e
amore eterno. Per chi volesse provare, l'Albero è custodito nello splendido
salone affrescato del Museo Comunale di Lucignano [2].
Il caso ha voluto che la leggenda di quest'albero giungesse
anche alle orecchie di una signora giapponese con la passione per la sartoria
nuziale e con uno spiccato sentimentalismo, che ne è rimasta letteralmente
incantata. Stiamo parlando della grande Yumi Katsura, stilista di
fama mondiale che disegna abiti da sposa prèt-à-porter e haute couture. Tra le
sue creazioni, troneggia un bellissimo abito ispirato ad una nobildonna toscana
del Medioevo, presentato in una passata edizione di Sì Sposa Italia ed
oggi esposto nella Sala Consiliare del Comune di Lucignano. Ma la
Katsura si è voluta spingere oltre e, per confermare la sua
stima e il suo apprezzamento nei confronti di Lucignano, lo ha inserito nel suo
libro dedicato ai luoghi dell'amore nel mondo.
Dal brillante ingegno di due Lucignanesi, Elisa Giaccherini
e Simona Cipriani, è nata anche un'originale iniziativa intitolata Getting Married in Lucignano, rivolta alle coppie in
cerca di luoghi suggestivi per sposarsi in Toscana. Si tratta di
un'organizzazione di matrimoni vera e propria che offre un "pacchetto
personalizzato all inclusive" studiato in base alle esigenze di ogni coppia.
Penseranno loro ad organizzare il rito civile nell'elegante Sala Consiliare
dalle pareti completamente affrescate, seguito dalla promessa di fronte
all'Albero dell'Amore nel Museo Comunale. Non solo. Gli organizzatori penseranno
proprio a tutto: dal disbrigo delle noiose pratiche burocratiche,
all'acconciatura, al trucco e al bouquet della sposa, dagli addobbi floreali per
la cerimonia nuziale alla musica e al servizio fotografico. Gli sposi, saranno
poi accolti con i loro parenti e amici nei tipici casolari della zona, in
un'atmosfera raffinata, genuina ed accogliente. Nel corso del banchetto nuziale
potranno degustare i prodotti della tradizione lucignanese: le ottime bistecche
Chianine, l'olio d'oliva, salumi e formaggi pregiati, pasta e dolcetti fatti in
casa. Il tutto accompagnato da un buon bicchiere di Brunello o di Chianti o del
Nobile di Montepulciano.
Se anche voi volete vivere un'indimenticabile esperienza e
suggellare il vostro amore a Lucignano, non vi resta che contattare
l'organizzazione [3].
Se invece siete già sposati o al momento la cosa non
rientra nei vostri piani, niente paura, Lucignano ha pensato anche a voi. Per San Valentino, ogni anno,
l'Amministrazione Comunale promuove un'iniziativa intitolata Segni d'Amore. In quest'occasione vengono
recitate delle poesie di fronte all'Albero d'Oro e chiunque lo vuole può
giurarsi amore eterno. Poi, in collaborazione con i ristoranti locali, tutti a
cena con menù afrodisiaci.
La giornata dedicata agli
innamorati non è però l'unico buon motivo per andare a Lucignano.
La manifestazione più importante di Lucignano è
senz'altro la
Maggiolata
[4]
la tradizionale festa della primavera che si svolge per
le vie del paese nelle ultime due domeniche di maggio. I quattro rioni del borgo
(Porta Murata, Porta San Giovanni, Porta San Giusto e Via dell'Amore) si sfidano
nella preparazione dei carri più belli [B] per aggiudicarsi l'ambitissimo Grifo d'oro. La
particolarità che distingue questa sfilata, è che i carri sono interamente
realizzati con fiori di ogni tipo. Alla fine della gara, i fiori vengono sfilati
via dai carri e vengono lanciati vicendevolmente tra i rionali, dando vita alla
"battaglia dei fiori".
Ma la
Maggiolata è molto di più: è la musica delle bande folkloristiche italiane ed internazionali che si
diffonde per le vie del paese, è la disfida agonistica fra i giovani dei rioni, è il
corteo storico che annuncia la festa, è il
tripudio di colori e profumi che sprigionano i mille fiori affacciati sui
davanzali delle abitazioni.

[B]
[C]
Dunque, se dopo questo articolo vi è venuta voglia di
visitare questo paese, ecco alcune indicazioni per arrivare a Lucignano.
In auto, uscita casello A1 Monte San Savino; se invece,
preferite prendere il treno, dovete scendere alla stazione di Arezzo.
Per contattare il Comune, potete consultare il sito www.comune.lucignano.ar.it o telefonare allo
0575.83801. Gli addetti saranno felici di rispondervi e vi daranno tutte le
informazioni.
A questo punto, non resta che augurarvi. Buon viaggio!
Silvia Poli
NOTA DEL CONSOLE
REGIONALE. Febbraio 2008. E' opinione abbastanza diffusa che il
Touring attragga prevalentemente persone di età matura. Non è così. Già le
statistiche sul profilo dei Soci ci dicono che la loro età media è di poco più
di 40 anni; poi non bisogna dimenticare che "Touring Junior" e "Touring Giovani"
associano decine di migliaia di Soci fra i 6 ed i 21 anni. Vi sono poi gli
"under 30", e Silvia Poli è una fra questi.
Avvicinatasi al
mondo Touring casualmente, ha avuto modo di conoscerne ed apprezzarne valori,
finalità e programmi; ci ha poi proposto, spontaneamente, di poter collaborare a
"Vie della Toscana" e volentieri abbiamo accettato, avendo già avuto modo di
apprezzare altri sui scritti. Debutta con questo articolo sulla festa dell'amore
a Lucignano (e a chi far scrivere d'amore se non ad una giovane donna?). Lo
stile, l'accuratezza descrittiva, l'interesse per il particolare - come avete
potuto leggere - sono tipici del TCI; cui aggiunge, di suo, la freschezza e lo
stupore tipico dei giovani che scoprono nuovi mondi.
Una riprova ulteriore, dunque, che lo "spirito Touring" non
conosce barriere. E che i giovani costituiscono quella linfa vitale che permette
al Sodalizio di rimanere - negli anni - forte, interessante e
attuale.
Si
ringrazia per la collaborazione l'Amministrazione Comunale di Lucignano, sempre
disponibilissima nei confronti del Touring, che ha fornito ampio materiale
documentativo; un 'grazie' particolare a Roberta Casini, Assessore al Turismo e alle Attività
Produttive, ed ai suoi collaboratori Enrica Cassioli e Marcello
Tiezzi.
N O T E
[1] Albero di
Lucignano* - è con questo termine che il capolavoro dell'oreficeria
gotica è indicato sulla Guida Rossa TCI "Toscana", (ed. 2006) pag. 746
[2] ORARIO del Museo Comunale di Lucignano:
lunedì, mercoledì e giovedì mattina apre solo su
prenotazione; il venerdì mattina è aperto dalle 10:00 alle 13:00. Mentre per il
sabato e la domenica è prevista un'apertura mattutina, dalle 10:00 alle 14:30, e
una pomeridiana, dalle 13:00 alle 17:30.
[3]
L'organizzazione dei matrimoni
d'amore a Lucignano è a cura dell'agenzia Saracino Viaggi (tel.
0575.1822900) oppure sito:
www.saracinoviaggi.it
[4] LA FESTA DELLA "MAGGIOLATA" - DA MAGGIO
2008 - in 'Rubriche' > 'Di festa in Festa'
Per saperne di più e per vedere le foto dei carri: www.maggiolatalucignanese.com
[A] Foto del Comune di Lucignano
(copyright)
[B] Foto di Gianni Mecocci
[C] Foto di Damiano Landi
VENERDI' 9 MAGGIO 2008 a
Lucignano la prima cena con le ricette "di una
volta", tratte dalla "Guida Gastronomica" Touring del 1931. Una
iniziativa dei Consoli TCI della Toscana.
PER SAPERNE DI PIU' SULLE RICETTE
TOSCANE: vd. 'Rubriche' >
'Da leccarsi i
diti!'
PROGRAMMA e MENU' DELLA CENA:
da aprile
in 'Appuntamenti' >
'Appuntamenti in
Toscana'
Lucignano è uno dei 32
Comuni della Toscana che possono fregiarsi della "Bandiera
Arancione"; si distingue anche per i particolari
"Gesti dell'accoglienza" che sempre riserva ai Soci Touring in visita.
L'aiola "Bandiera Arancione
TCI"
fatta tutta di fiori,
naturalmente! [B]
Lucignano, per primo in Italia fra i Comuni "Bandiera
Arancione", ha ospitato nel 2006 la "Giornata Touring"
PER LE FOTO
DELL'EVENTO [C]
andare a 'Archivio
Eventi' > 'Archivio Giornate Touring'



LA
VALDELSA DELLE "ATLANTIDI"
Simboli misteriosi e una città
scomparsa.
Testi di Andrea Ciappi, Viceconsole TCI per il
Chianti. Foto di Gianni Mecocci
La Valdelsa è un concentrato d'arte celebre nel mondo,
anche per la presenza della Via Francigena. Basta scorrere un po' di nomi: San Gimignano**, volendo anche
la non distante Volterra**, Monteriggioni*, Siena** più a sud, Castellina e tutto
il Chianti
occidentale, Certaldo* col suo borgo medioevale legato alle
memorie del Boccaccio, Colle Val
d'Elsa*.
Fermandosi però alla superficie, non si vede il patrimonio
di memorie, di luoghi, di storia, si potrebbe dire di atlantidi, che la
Valdelsa letteralmente cela. Qualcosa di misterioso, di ancora non scoperto del
tutto, o che resta da un passato ben diverso ed ormai scomparso.
Se si pensa che su un colle tra il fondovalle ed il crinale
che porta da Barberino Val d'Elsa a Tavarnelle Val di Pesa si trovava una fiorente città, non può non
venire in mente il mito di Atlantide.

Panoramica
autunnale sul Chianti, dal crinale di Barberino Val d'Elsa
E se si pensa ai misteriosi capitelli del Battistero* di Sant'Appiano, non
si può che andare a scavare in un passato che ha visto qui agire i primissimi
cristiani. Della cui attività, tuttavia, rimane questa testimonianza
affascinante e poco altro, che però vedremo.
La città che non c'è più è Semifonte . Oggi,
in sua memoria, restano un piccolo borgo con belle costruzioni (che sarebbero
però degne di una città).
Resta anche, a un chilometro di distanza, la cappella di San Michele a Semifonte elevata in
memoria da Santi di Tito fra il 1594 e il 1597, la cui cupola riproduce in 1/8
quella del Brunelleschi di Santa Maria del Fiore, la Cattedrale di Firenze, quasi
a voler porre un simbolo della potenza fiorentina sul suolo una volta nemico; il
committente fu Giovanni di Neri Capponi, che ne chiese l'autorizzazione al
granduca Ferdinando I, dato che ancora vigeva il divieto di erigere in quella
zona (vd. a seguire).

COME
ARRIVARCI Dalle uscite della superstrada Siena-Firenze: Tavarnelle,
provenendo da Firenze; San Donato provenendo da Siena. SEMIFONTE è facilmente raggiungibile da
BARBERINO VAL
D'ELSA (bel borgo medioevale
, Comune "Bandiera Arancione") in circa 3 chilometri
percorrendo la SR 2 Cassia verso Siena e voltando a destra subito dopo il paese.
Ad un successivo bivio, a sinistra si va a Sant'Appiano, che
vedremo dopo, e a destra a Certaldo passando appunto per questo che oggi è un
piccolo villaggio collinare a 300 m. slm. Da Certaldo, i chilometri per queste
località sono una decina. Da Barberino, può meritare anche una passeggiata a
piedi.

Panoramica
su Petrognano, provenendo da
Barberino. Sullo sfondo la cappella di San
Michele a Semifonte; notare l'illusione ottica di trovarsi
davvero in presenza della cupola del Brunelleschi.
Semifonte nacque come castello. Uno dei tanti che faceva da cortina
di ferro tra le due superpotenze del medioevo: Siena da una parte, Firenze
dall'altra.
Sul finire del XII secolo, data anche la posizione, conobbe
maggiore importanza e conseguente incremento di abitanti. Tanto che dal 1181 si
impose come vera e propria città rivale di Firenze, al punto che fiorì lo
sberleffo:
"Fiorenza fatti in là, che
Semifonte si fa città".
Non si rivelò una buona idea, Firenze reagì all'offesa in
maniera drastica: vi fu un assedio lungo e sanguinoso, e infine nel 1202 la
cancellazione scientifica di Semifonte, rasa al suolo costringendo i suoi stessi
abitanti superstiti, suprema perfidia, a demolirla pezzo a pezzo, fino a non
lasciarne più traccia alcuna. Una specie di pulizia etnica ed "architettonica"
dell'epoca. Un editto impose poi il divieto assoluto di ricostruire in cima a
quella collina: "Che niuno ardisse mai più di
fabbricare nel luogo dove esso fu".
Oggi rimangono un piccolo ma interessante borgo, Petrognano, assimilabile a una specie di
castello-fattoria fortificato (in corso di ristrutturazione); e quella
chiesa del 1597, costruita - come detto - in virtù di una deroga
dell'editto del XIII secolo e che riproduce fedelmente la cupola del Duomo di
Firenze. Dal poco che si sa di questa atlantide, si evince che la città era dotata di una
cinta muraria di circa tre chilometri con quattro porte e, al vertice
dell'abitato, di un castello-recinto con mastio centrale circondato da mura
quadrilatere e torri angolari. Dal colle si ammira un panorama vastissimo su
tutta la Valdelsa, le sue celebri piccole città d'arte, l'Appennino e, nelle
giornate terse, le vette delle Alpi Apuane. Una vista che forse spiega, anche
strategicamente, l'importanza che aveva questo luogo.
citazioni in corsivo su Semifonte tratte dal "Dizionario Geografico Fisico Storico della
Toscana" di Emanuele Repetti,pubblicato a fascicoli fra il 1833 e il 1846
Da un'atlantide ad un'altra. Quella che le prime civiltà
cristiane elevarono in questi luoghi. Vicino a Semifonte, questione di tre
chilometri, sorge sulla sommità di un colle il villaggio di Sant'Appiano. Il
nucleo medioevale è sovrastato dalla bellissima pieve* romanica (con
annesso, piccolo ma interessante museo che
contiene pregevoli reperti etruschi) giunta nelle forme originarie sino ai
nostri giorni. E' un paradigma dell'architettura dei secoli X-XI, con interno a
tre navate. Le pareti sono in regolare filaretto di pietra. Differenze di stile
nella costruzione denotano un intervento successivo (sempre ascrivibile al
periodo del romanico), dovuto al crollo del campanile. Il tempio custodisce
pregevoli opere d'arte. A fianco della chiesa, si apre un chiostro* originale con dettagli
tipici del romanico.

Sant'Appiano: notare
il campanile senza le campane (vd.appello)
Il sagrato della pieve è formato da un prato con ai margini
alcuni cipressi. In mezzo, si alzano le suggestive rovine del Battistero
paleocristiano*, la cui origine è ascrivibile al V-VI secolo. Unico
esempio di questa architettura nella provincia fiorentina, assieme alla Basilica
di Sant'Alessandro a Fiesole.
E' un insieme affascinante, che resta scolpito nella
memoria. I capitelli del Battistero sono decorati da elementi
simbolici.

La Pieve e
il borgo di Sant'Appiano visti dalla cappella di San Michele a
Semifonte
NOTA: per
il Battistero c'è un progetto di restauro, giacché la pietra con cui sono
costruite le colonne rischia di sfaldarsi, come riconosciuto dal Comune di
Barberino Val d'Elsa. Ci sono rischi anche per la pieve, monumento-gioiello: la
torre campanaria minaccia crolli, le sono già state tolte le campane per motivi
di sicurezza.
una delle campane, prima della recente
rimozione
Il parroco della pieve ha lanciato un APPELLO per salvare questo
complesso monumentale: dovrebbero servire, secondo alcuni preventivi, circa 100
mila euro. E' un appello da raccogliere.
INFO: andreaciappi@libero.it
NOTA
Nel 2008 Consoli e Fiduciari Touring hanno organizzato una
visita guidata di sensibilizzazione e
raccolta fondi a favore dei lavori di
ripristino


FOSDINOVO
Il
castello dell'invettiva dantesca contro Pisa.
Testi del Console TCI Umberto Ascani
Menicucci, di Pisa. Foto di Gianni Mecocci
" Muovansi la Capraia e la Gorgona,
e faccian siepe ad Arno in su la
foce Si ch'egli anneghi in te ogni
persona"
(DANTE ALIGHIERI, LA DIVINA COMMEDIA, INFERNO, CANTO
XXXIII, TERZ. 73/75)

Terra di castelli la
Lunigiana, dove spicca quello dei Torrigiani Malaspina databile al XIV secolo e
più volte rimaneggiato, fino alla presenza all'interno di buoni affreschi del
XIX secolo, che rappresentano momenti della vita di Dante Alighieri in
Lunigiana; interessante quello che raffigura il Divin Poeta nella veste di
procuratore plenipotenziario dei Malaspina dello Spino Fiorito, chiamato a
concludere nel 1306 la pace con l'ultimo vescovo-conte di Luni, Antonio
Nuvolone, di cui si conservano gli atti originali a La Spezia.
AFFRESCHI DELLA "SALA GRANDE"
Dante
ospite al
castello (PARTICOLARI) Dante
sigla la pace
Certo è che l'Alighieri
ha soggiornato in Lunigiana, anche a Mulazzo ospite di Franceschino Malaspina e
presumibilmente ha visitato le cave di marmo sulle Apuane, spingendosi fino a
Massa, nel poderoso castello malaspiniano, per poi rientrare verso Castelnuovo
Magra e finalmente, si dice, al castello di Fosdinovo, ove si può visitare la
cosidetta stanza di Dante, che nel 1306 tuttavia non poteva esservi, perchè
palesemente più tarda. Questa considerazione ha messo in dubbio la sua presenza
a Fosdinovo, in quanto non esistono assolutamente documenti probanti ma, come
noto, talvolta le leggende rammentano una realtà vissuta.
Uno scorcio dello splendido salone: sul lato destro gli
affreschi danteschi
Inoltre certe volte può essere
sufficiente un'attenta osservazione per ottenere prove, sia pur indirette, di
ciò che la "vox populi" tramanda. Ecco quindi che,
passeggiando sulle mura del castello in una limpida giornata invernale, si gode
di una visione incantata: un panorama che si apre sul mare dalle lontane colline
livornesi al golfo di La Spezia, fino a Portovenere con le isole di Palmaria e
del Tino. Dal mare, verso sud, sorgono quasi sovrapposte le isole di Gorgona e
di Capraia dell'Arcipelago Toscano. Un punto di vista particolare e strano nello
stesso tempo, unico nel far vedere contigue due isole che da tutte le altre
località della costa toscana si vedono ben distanti tra loro.
Ed allora cosa c'entra
Dante? In apertura di queste brevi note viene citata la terzina della Divina
Commedia, conosciuta come "invettiva a Pisa", dove
si immagina che queste due isole si pongano sulla foce dell'Arno per impedire il
flusso delle acque al mare e di conseguenza allagare la città, che l'Alighieri
non amava proprio, per la cruenta fine riservata al Conte Ugolino della
Gherardesca, di cui in anni recenti è stata provata l'autenticità dei resti
mortali, conservati nella chiesa di S. Francesco a Pisa. Il valore della
similitudine sta sicuramente nel fatto che solo dall'alto del castello di
Fosdinovo si può immaginare una ideale visione del genere: non c'è infatti altro
luogo che possa giustificare l'impressione dantesca. Non è questa una
spiegazione scientificamente provata, ma comporta un'attenta meditazione sulla
presenza certa dell'Alighieri a Fosdinovo.
E poi perchè non
verificare di persona? Andare a Fosdinovo è sempre un'ottima opportunità per
visitare il castello e l'intero borgo, che danno una sensazione di storia e di
mistero, anche pensando al fantasma della giovane e bella Bianca Maria Aloisia
Malaspina, che nelle notti di luna piena si dice si aggiri nelle stanze e sulle
mura dell'avito maniero, ove il padre l'aveva relegata e destinata a morire di
stenti, perchè innamorata di uno stalliere.
"I Malaspina hanno origine dalla
nobile e illustre famiglia degli Obertenghi, il cui capostipite Oberto, dei
marchesi di Toscana, fu Conte di Luni nel 945 e nel 951 nominato Marchese della
Marca di Liguria dal re Berengario II. Ma è dal trattato di pace di Lucca (18
ottobre 1124), nel quale si fa riferimento a una divisione di beni, che trae
origine la loro genealogia. E' infatti dai figli e dai nipoti di Oberto che
avranno origine le casate di Brunswick, degli Estensi, dei Malaspina, dei
Pallavicino e dei Marchesi di Massa, Sardegna e Corsica."
"Il castello, feudo di uno
dei rami dei Malaspina del Ramo Fiorito dal XIV al XVII secolo, riveste una una
notevole importanza storica e architettonica. La costruzione dell'imponente
fortezza, innalzata a dominio e difesa del primitivo Castro di Fosdinovo, ebbe
inizio nella seconda metà del XII secolo a opera di un gruppo di Signori, detti
"Nobili di Fosdinovo", che da tempo avevano imposto la loro autorità su quella
popolazione."
Brani estratti da "I Malaspina e il castello di Fosdinovo",
Firenze, aprile 2005, ed. Polistampa. Testi di Lucia Torrigiani
Malaspina. Per gentile concessione del Marchese Vieri Torrigiani
Malaspina.
Il castello è
visitabile. Per informazioni e prenotazioni: Castello Malaspina, 54035
Fosdinovo (MS) - Tel. e fax 0187 68891

"Skyline" di Fosdinovo, un nido d'aquila a dominare la
foce del fiume Magra e il golfo di La Spezia
PER ULTERIORI NOTIZIE SU FOSDINOVO E IL SUO
TERRITORIO:
www.comune.fosdinovo.it
Fosdinovo è citata sulla Guida Rossa "Toscana" (ed. 2006) alle pagg. 125 e
901 per la sua struttura nastriforme, tipica delle "terre murate" lunigianesi;
oltre al Castello sono segnalate, in particolare, la chiesa di S. Remigio
(sepolcro marmoreo di Galeotto Malaspina) e in loc. Le Prade il "Museo
audiovisivo della Resistenza delle provincie di Massa e Carrara".
Di FOSDINOVO tratta anche "Piccole città, borghi e
villaggi", volume 2 - Centro da pag. 124; la guida è
contenuta nel "Pacco Soci" 2008 del Touring.

Fosdinovo, panoramica al tramonto; sullo
sfondo le luci di La Spezia
INTERESSANTE: a Fosdinovo, in loc.
Posterla:
"La Quercia dell'Olmo" «"Premio Touring" 2007 agli alberi
monumentali
(vd. nel
sito)
NELLA PRIMAVERA
2008 ROMANO PAOLINI, CONSOLE TCI PER LE PROVINCIE DI MASSA E CARRARA,
ORGANIZZERA' UNA VISITA GUIDATA AL CASTELLO MALASPINA E ALLA "QUERCIA
DELL'OLMO".


SAN DONATO IN
PERANO
Il maniero del fantasma della "dama
bianca".
Testi del Console Mino Consumi; in collaborazione con Serena
Pagliantini, storica dell'arte. Foto: Gianni
Mecocci
Nel cuore del Chianti, in una delle zone più
affascinanti della Toscana, sulla strada [1] che da Radda in
Chianti - Comune
"Bandiera Arancione" - porta a Gaiole in Chianti, fra le centinaia di
poderi, di borghi, di fattorie che ornano questa terra dove la natura ha profuso
il meglio di sé, in uno scenario che da sempre ha suscitato l'ammirazione dei
visitatori, sopra una splendida collina di circa 560 metri s/m, esiste un antico
insediamento denominato San Donato in Perano. Siamo in Provincia di Siena,
Comune di Gaiole in Chianti, al centro della Toscana, sull'antico confine fra i
territori di Siena e Firenze, per secoli e secoli in lotta.

San Donato è al centro di una rete di villaggi
e castelli ad alta
suggestione: ci sono in un raggio di pochissimi chilometri il borgo
fortificato di Vertine, l'alta rocca dei
Firidolfi sulla vetta di Monte Grossi (panorama), la conca verde che ospita, proprio
davanti alla muraglia del Pratomagno, ciò che rimane oggi della magnifica
Abbazia di Coltibuono (abside
romanico).Dalla stessa San Donato in Perano la vista abbraccia non
solo le località vicine: il Castello di Brolio, Vertine, Radda in
Chianti, le colline, le ville ed i vigneti di queste famose contrade; specie
nelle giornate terse, il vostro sguardo potrà però spaziare fino ai rilievi
dell' Amiata e la Rocca di Radicofani verso sud, al profilo dei monti
dell'Abetone a nord-ovest e, talvolta, fino alle Apuane.

Radda in Chianti vista da
San Donato in Perano (foto
Gianni Mecocci)
Il sito é
ricco di ritrovamenti archeologici: testimonianze di antiche attività databili
fra il primo secolo avanti Cristo, fino ai nostri giorni. Sulla sommità della
collina, in posizione dominante, una serie di costruzioni fortificate hanno
fatto chiamare il sito: "Castello di San Donato in Perano" e già di per sé il
nome di "Perano", dall'antroponimo etrusco peras,
testimonia le sue antiche origini. Nonostante il toponimo, più che di un vero e
proprio "castello" si tratta di un insieme di edifici, in questo momento oggetto
di una sapiente e accurata ristrutturazione, che nel corso dei secoli hanno
assolto le funzioni tipiche di un borgo medievale, con una splendida villa
padronale, protetta da mura, da torri, da corti e da elementi difensivi
progressivamente aggiunti all'antico insediamento.
Siccome il restauro è ad un buon punto (si sta recuperando
un monumento, ed anche per questo se ne parla), è ad oggi possibile una visita,
abbinata anche a degustazioni di ciò che il Chianti sa offrire del suo meglio:
in primo luogo, vino ed olio di qualità. Se
preannuncerete la vostra visita, sarete accolti dalla storica dell'arte
Serena Pagliantini che vi illustrerà dettagliatamente la storia del castello. I
Soci del Touring Club Italiano, lì "di casa" per vari appuntamenti cui hanno
partecipato anche i consoli TCI, potranno serbare da questa visita un ricordo
molto piacevole.
Naturalmente, come in ogni castello che si rispetti, anche
in questo esistono leggende e storie, come quella della presenza del fantasma di
una bellissima dama genovese che di notte pare si aggiri ancora per la villa. Il
fatto venne per la prima volta raccontato da un ospite inglese dell'allora
proprietario della villa, il marchese Carlo Strozzi Riccardi. L'inglese, un
antesignano dei visitatori ed estimatori britannici di questa terra, si chiamava
John Temple Leader [2] e in un suo libretto del 1896
intitolato "An Italian Ghost Story" raccontò
appunto il suo incontro con il fantasma della "dama bianca" quando, nella camera
dove dormiva, vide arrivare una donna vestita di bianco, che cercava qualcosa e
che presto si sarebbe dileguata. Al mattino trovò sul pavimento un medaglione
con un' ametista rosa, raffigurante una sfinge, incastonata in un cerchio d'oro.
La mostrò al marchese Strozzi che, dice il racconto, impallidì ricordandogli la
storia che in quella villa, nei tempi passati, un suo antenato avesse come
moglie una bellissima dama genovese. Di questa dama esisteva tuttora un ritratto
nel quale era raffigurata con quello stesso gioiello; scoperto che la donna
aveva un amante, vennero entrambi uccisi ed i loro cadaveri occultati nella
villa. Molto tempo dopo, in occasione di restauri dell'edificio, era stato
rinvenuto lo scheletro di un uomo con abiti del XVII secolo, proprio in un muro
della camera dove l'inglese era stato visitato dal fantasma...
Appagate le esigenze culturali, ovviamente non mancano
nelle vicinanze ristoranti, locande e botteghe in grado di far apprezzare tutte
le squisitezze dei prodotti di questo felice "Angolo di Toscana".
Soci TCI a San Donato. A
capotavola il Viceconsole per il Chianti Andrea Ciappi (foto
G.M.)
[1] LA
STRADA CHE COLLEGA RADDA A GAIOLE E' PARTE INTEGRANTE DEGLI ITINERARI NEL
CHIANTI CHE PRESENTIAMO NELLA SEZIONE "Itinerari turistici > Il territorio senese"
[2] JOHN
TEMPLE LEADER E' NOTO ANCHE PER AVER ACQUISTATO NEL 1885 IL CASTELLO DI
VINCIGLIATA SULLE COLLINE FIESOLANE. Per completezza d'informazione, sembra che
anche quel castello fosse "abitato" da un fantasma di donna, in questo caso
denominato "donna bianca" (che fantasia!). Narrano le leggende che la giovane
rimase vittima della faida con i proprietari di un altro castello lì vicino. Si
tratta di capire se Mr. Temple Leader fosse un collezionista di castelli
corredati di fantasmi (meglio se di avvenenti fanciulle) oppure uomo di molte
fantasie. Oppure... La questione resta aperta.

PER
PROGRAMMI ED ITINERARI NEI TERRITORI DEL CHIANTI: andreaciappi@libero.it
PER SAPERNE DI PIU' SU SAN
DONATO IN PERANO: Serena Pagliantini serena@castellosandonato.it; vd. anche in 'Itinerari Tematici' > 'Miti & Mete del Chianti'
Serena potrà inoltre
fornire informazioni su una interessante ed originale iniziativa promossa dalla
Azienda Vinicola di San Donato in Perano: "ADOTTA UN VIGNETO".

In sintesi si tratta di questo: è possibile acquistare "a tempo" porzioni di vigneto, da 2000 mq fino ad un ettaro di terreno, in una delle aree vinicole più famose e vocate per
la viticoltura di qualità, quella del Chianti Classico
storico, tra Radda e Gaiole in Chianti.
Il prezzo è ovviamente variabile a
seconda della superficie di vigneto che si decida acquistare, con diritto ad un
certificato di proprietà ventennale: venti vendemmie per veder crescere e soddisfatta la
propria passione di vignaiolo, ritrovando nel bicchiere anno dopo anno il frutto del proprio "lavoro".
Tutti i passaggi del processo
produttivo, dalla vigna all'imbottigliamento, saranno curati dal Castello di San
Donato in Perano seguendo le rigide modalità fissate dal disciplinare di
produzione del Chianti Classico Docg: ciascun titolare riceverà poi un numero di bottiglie variabile a seconda della superficie in affitto,
divise fra vino d'annata e Riserva, tutte rigorosamente marchiate Chianti Classico
Docg.


IL TERRITORIO DI SANTA LUCE
Dedicato a una santa, permeato di luce
A cura del Console Regionale Gianni Mecocci in
collaborazione con Maria Leonarda Leone (Ufficio stampa del Comune di Santa
Luce)

FOTO: ©
Comune di Santa Luce [SL] - Gianni Mecocci [GM] -
La foto del santuario di Monteforti, dal periodico comunale
"Santa Luce
informa", per gentile concessione di Lorenzo Benvenuti
©
- Le due foto d'epoca della cava del Massetto per gentile
concessione di "Foto Dainelli" ©
di Volterra.
La maggior parte
dei Toscani e un buon numero di turisti italiani e stranieri conoscono il
territorio di Santa Luce. I più, però, senza saperlo: sono tutti
coloro che percorrono l'autostrada A12
Genova - Rosignano Marittimo (o la parallela SR 206 di Collesalvetti) diretti o
di ritorno dalla belle coste della Toscana. Per oltre dieci chilometri, tra
l'uscita di Collesalvetti e la fine dell'autostrada, infatti, il nastro stradale
costeggia il confine del Comune di Santa Luce.

E proprio del
territorio di Santa Luce fanno parte quelle terre ocra sapientemente lavorate
[GM] punteggiate di casolari, cipressi e querce:
quasi delle crete senesi traslate in prossimità del mare,
contraltare alla
rigogliosa vegetazione che caratterizza, sull'altro lato della strada, la
campagna livornese prospiciente il mare.
Noi consoli del
Touring abbiamo scoperto Santa Luce in tempi recenti: ci ha condotto lì il
cortese invito del Sindaco Federico
Pennesi, per uno dei nostri periodici incontri con le
Amministrazioni locali.
La riunione dei consoli toscani nella sede comunale
(al centro il Sindaco
Pennesi) e la successiva visita all' Ecomuseo dell'alabastro
situato nel centro storico [GM]
Abbiamo così
potuto conoscere meglio questo territorio, particolare non solo nei paesaggi ma
anche, e soprattutto, per la sua atmosfera che cattura e coinvolge. La
luce poi: la luce è una cosa a sé, che tutto abbraccia e sottende.
Non si conosce bene il motivo per cui il paese fu dedicato
in tempi lontani a Santa Lucia,
che tuttora campeggia nello stemma comunale. Il borgo storico di Santa Luce
[GM] è caratteristico e piacevole, vi si vive bene, ma non può
certo essere annoverato fra i più interessanti della Toscana. La colpa è
senz'altro della poca furbizia degli antenati dei residenti attuali.
Accadde infatti che nel 1406 queste terre pisane caddero
sotto il controllo dei Fiorentini i quali, contrariamente alle loro abitudini,
furono alquanto clementi con gli abitanti, chiedendo loro come unico
tributo annuale un cero di 15 libbre, in segno di devozione. Quando i
Santalucesi, sdegnando la fortuna, nel 1496 si ribellarono a fianco di
Pisa, ottennero il bel risultato di trovarsi nuovamente a che
fare con le agguerrite (e incattivite) milizie medicee che, prontamente
riconquistata la città, stavolta non fecero sconti. Il borgo storico e i
suoi pregevoli monumenti vennero rasi al suolo [1]
e le pesanti gabelle ridussero l'economia del luogo, per lungo tempo, a
livelli di mera sussistenza. Insieme al castello venne dato alle fiamme anche
l'archivio storico e con esso la documentazione che forse avrebbe potuto
spiegarci quali furono i rapporti intercorsi con la Santa, oggi patrona del
paese. Nel tempo, raccontate soprattutto nelle lunghe notti invernali accanto al
fuoco, sono fiorite storie e leggende: una delle più recenti narra
addirittura di un presunto transito del Sacro
Graal da Santa Luce [2], ma niente di
tutto ciò è storicamente documentato.
Uno dei motivi per
cui è piacevole trascorrere del tempo da queste parti sta nel sentirsi a
contatto con una natura amica, un territorio
genuinamente agricolo di cui si respirano gli odori (e talora gli
afrori). Dalla sommità delle ondulate colline, lo sguardo può spaziare verso
il lago di Santa
Luce [SL] e il
mare oppure verso i declivi boschivi dell'entroterra pisano. E' un
insieme di sensazioni che, insieme alla luce particolare che tutto permea,
riesce a far "star bene".

Gli spiriti più
intimisti parlano della luce di queste terre come di "luce
dell'anima". Probabilmente è davvero così, tanto che da oltre
venti anni l'ha elette a propria dimora l'Istituto Lama Tzong Khapa, il più importante
centro italiano, e uno dei principali d'Europa, per lo studio e la pratica
del buddhismo tibetano della tradizione Ghelupa, che ha sede in una bellissima
fattoria ottocentesca di Pomaia (a 10 km.
da Santa Luce, tra le colline, superata la frazione di Pàstina). E di luce dell'anima si può ben parlare
anche nel caso della popolare leggenda (che forse solo leggenda non è) dei
miracoli della Madonna dell'Eremo di
Monteforti. [3]
Ma il territorio
di Santa Luce si compenetra a tal punto con la luce che essa
scende e si plasma fin nelle viscere stesse del sottosuolo. Si trovano qui,
infatti, le più importanti miniere della preziosa varietà di alabastro lavorata a Volterra, dai cui nuclei di
pietra grezza, detti "ovuli", gli artigiani ricavano i delicati
lavori, le statue e quelle caratteristiche lampade che emanano una calda luce
soffusa. [4]
Scrive Maria Leonarda Leone:
Statue bianche e traslucide, oggettini "da
turisti", ma non solo. C'è un altro significato
nascosto nella parola "alabastro": il sudore e la fatica di chi, quella pietra, ha dovuto strapparla per anni alla
roccia, lavorando in cava. La gioia della scoperta, la
fretta del piccone, il pranzo seduti su un sasso, la
maglietta di lana contro le bronchiti: a Santa Luce la gente conosce bene queste cose, perché qui, neanche troppi anni
fa, quasi tutti erano impiegati nelle cave di alabastro
della Valle del Marmolaio. Pochi, però, possono vantare
una "carriera" come quella di Dino Leonetti: dalla gavetta alla carrucola al lavoro di escavazione, dal tornio
di artigiano per nove anni, al ritorno nelle gallerie
fino alla pensione. Un percorso iniziato nei primi anni
Quaranta, abbandonato per qualche tempo, poi
ripreso insistentemente fino al 1986.
"Ho iniziato a lavorare nella cava
di alabastro negli anni della guerra.
Era il 1942 o il 1943: me lo ricordo bene
perché quando gli aerei americani bombardavano Pisa, là
dove lavoravamo sentivamo cadere i bozzoli",
racconta Dino. "Avevo 15 anni e stavo
all'esterno, al tiraggio. Il lavoro in
cava costava più sacrifici, ma almeno c'era
il vantaggio dell'orario ridotto:
7 ore invece che 8, perché era un lavoro
pesante". E il vantaggio non era
solo questo: "Il lavoro duro metteva appetito
e in tempo di guerra eravamo fortunati: la nostra
categoria veniva considerata quella più bisognosa di cibo, perciò la nostra tessera annonaria ci permetteva di
ritirare 4 etti di pane al giorno, mentre gli altri ne
avevano a disposizione solo uno e mezzo. In questo modo
riuscivamo a tenerne da parte un po' anche per il resto
della famiglia".
Il pranzo era la sola
pausa che i cavatori si prendevano: "Non uscivamo dalla
cava neppure allora: a mezzogiorno smettevamo di lavorare,
prendevamo due grandi sassi per sederci,
mangiavamo sul posto, alcuni
<drillavano> due sigarette, altri
facevano un sonnellino.
Poi si ricominciava".
Certo non era come per i Sette
nani di Biancaneve, che con due picconate tiravano
fuori i diamanti dalla loro miniera, ma la situazione non era delle peggiori e comunque ben lontana dalle immagini terribili
degli operai che estraevano carbone.
"Ora i giovani si sgomenterebbero a stare in
una buca dalla mattina alla sera a fare un lavoro così
pesante, ma allora, una volta fatta l'abitudine, non
era così male", ricorda Dino. "La gente di città, quando veniva in
visita, non si spiegava come riuscissimo a
respirare tra il fumo e la polvere del gesso, ma per
noi quell'attività era preferibile alla campagna: vento, pioggia o neve, in cava si poteva lavorare sempre. E
per di più a torso nudo!".
Nelle gallerie, infatti, la temperatura era sempre
costante: gli operai si scaldavano lavorando e per
tutto il giorno non pativano né il freddo né
il caldo. "D'inverno, però, si teneva pronta
la maglietta di lana, perché quando si smetteva di
picconare si cominciavano a sentire i 16° C che c'erano
all'interno della cava", dice Dino. E continua: "Tutto sommato
il nostro lavoro era meglio di quello in
miniera: nella nostra cava non ci
sono mai stati incidenti mortali, solo
piccole cose, quando qualcuno, per risparmiare tempo,
preparava le mine con la miccia d'innesco troppo
corta". Chi voleva guadagnare, infatti, non
aveva tempo da perdere.
"Gli escavatori erano
pagati a cottimo pieno, cioè guadagnavano un
tanto a quintale, secondo il peso
dell'alabastro che erano riusciti a
cavare", ci spiega Dino.
"Gli operai più forti e robusti riuscivano a
fare
anche 150-160 quintali di materiale al mese e
per l'epoca la paga non
era troppo scadente. Finché si lavorava col piccone a mano, per
poter
avere più tempo la gente andava al lavoro
anche un'ora prima.
Quando poi, nel dopoguerra, vennero
introdotti i martelli pneumatici,
non potemmo più utilizzare questo piccolo
trucco, perché il compressore
veniva messo in funzione per tutti alle
8".
Insieme ai martelli, negli
anni Sessanta arrivò anche la luce elettrica: "Fino a
quel momento la cava era stata illuminata dalla luce ad acetilene. Usavamo questa luce per vedere, ancor prima di estrarlo, se
il blocco
che stavamo tirando fuori era grande o
piccolo, bianco o venato:
bastava avvicinargli la luce e quella si
diffondeva attraverso l'alabastro trasparente". E gli
occhi di Dino brillano, mentre rivive la scoperta, mentre, con la forza dell'immaginazione, accarezza la
stessa pietra che
ha maneggiato per
tutta la vita. [5]
N O T E
[1] Era una prassi abbastanza diffusa ai tempi
della Repubblica Fiorentina - ed anche, seppur in minor misura, della illuminata
Firenze medicea - radere al suolo le città nemiche conquistate, specie quelle
che avevano arrecato grave offesa alla città, o di venderne come schiavi gli
abitanti (vd. nel sito quel che accadde agli abitanti di Monteriggioni in 'Itinerari tematici' >
'La Via Francigena'). Comunque il trattamento riservato a Santa Luce fu ben
poca cosa rispetto alla determinazione con cui, tre secoli prima, fu cancellata
ogni traccia di Semifonte, in perfetto stile romano-cartaginese
(vd. sopra, in questa stessa rubrica: "La Valdelsa delle Atlantidi").
[2] Potrebbe
anche essere solo una delle innumerevoli leggende che circolano sui Templari, ma
c'è chi afferma che proprio nel castello di Santa Luce, nel XIV secolo, sia
stato custodito per qualche anno il Sacro Graal. Così
sostiene Virgilio Papini, scrittore, grafico, ma soprattutto appassionato di
storia medievale.
"Sono venuto a cercare
i segni del passaggio del Graal a Santa Luce perché in direzione di Roma le
carte antiche la identificavano come sede dell'unico castello tra Pisa e i
confini dello stato Vaticano", dice lo studioso.
Siamo alla fine del XIV secolo: in questo periodo, secondo
Papini, il Sacro Graal avrebbe raggiunto Santa Luce, partendo dal castello della
Verruca, sopra la certosa di Calci (Pisa). "Prima del 1350 era cominciata la decadenza
di Gerusalemme, così la reliquia era stata riportata in Italia", spiega. Più
o meno nel 1380 il Graal sarebbe giunto a Santa Luce: i cavalieri dell'ordine
dei templari avrebbero scelto proprio questo castello perché di proprietà della
famiglia degli Upezzinghi, affiliata all'Ordine. Alcune
simbologie tradizionali dell'Ordine confermerebbero, secondo l'appassionato
studioso, questa ipotesi. Prima di tutto il fonte battesimale collocato
all'esterno della chiesa della Pieve, di forma ottagonale come nella tradizione
dei Crociati. (M.L.L.)
[3] La Chiesa di
Monteforti è un santuario, ormai ridotto a rudere, che si trova non lontano
da Santa Luce. Ogni anno il 13 maggio si svolge una processione fino al
santuario (che nel 2008 è stato acquistato dalla diocesi che vuole recuperare
l'antica struttura). L'eremo di Monteforti (276 metri s.l.m.), anticamente
ospitava monaci della regola agostiniana. Secondo una pergamena del 1275, che
parla del santuario per la prima volta, dedicarono la chiesetta a Santa Maria ad
Martires. Fino al 1424 si trovano spesso notizie dell'eremo, poi però, tra
XV e XVI secolo, il calo delle vocazioni colpì anche Santa Luce.

La chiesa è rimasta in buone condizioni fino al 1946,
grazie all'interessamento di alcuni contadini che, abitando nelle vicinanze, si
occupavano della sua manutenzione. Nel Dopoguerra quei luoghi, diventati troppo
isolati, furono abbandonati insieme al Santuario. Malgrado ciò sono continuati i pellegrinaggi:
pare che molti fedeli, infatti, chiedano e ottengano la grazia dalla Madonna di Monteforti. Alcuni avvenimenti,
ritenuti miracolosi, hanno rafforzato la profonda devozione degli abitanti di
Santa Luce: sembra che durante la costruzione della chiesa, non essendoci una
vicina sorgente da cui attingere acqua per i lavori, durante la notte apparisse
una donna vestita di bianco che raccoglieva l'acqua sgorgata da una roccia. Di
recente sono state scattate diverse foto a Monteforti, per individuare il
luogo esatto in cui era avvenuto il miracolo: le foto sviluppate sono risultate
tutte oscurate, tranne una, che raffigura una roccia. Si dice che la Madonna
abbia voluto indicare così ai devoti quel luogo santo. Alla Madonna di
Monteforti si dà il merito di aver preservato i suoi fedeli dall'epidemia di
colera del 1835 e, nel 1846, dagli effetti devastanti del terremoto di
Orciano. (M.L.L.)
[4] Foto GM. Le
due sculture, risalenti al 1925, sono opera di Giuseppe Mecocci. Il periodo compreso fra gli anni
'20 e '30 rappresentò il culmine del successo dell'alabastro lavorato di
Volterra, che ne esportava in America quantitativi mai più raggiunti
successivamente. Poi arrivò la Grande Depressione del '29 e lo scenario mutò
radicalmente. Ma in quegli anni d'oro un abile artigiano, supportato dagli
apprendisti che sbozzavano il modello, era in grado di realizzare opere come
quelle sopra fotografate in un giorno soltanto. (G.M.)
[5] Nella valle
del torrente Marmolaio, sopra citata da Maria Leonarda Leone, si trovano le
cave principali dell'alabastro fra cui quella del Massetto, della quale si
riportato qui sotto, per tramite del Viceconsole Occhipinti, due immagini d'epoca - dall'archivio di "Foto Dainelli" di Volterra - che
illustrano l'estrazione degli "ovuli" di alabastro. Oggi la cava del
Massetto è parte integrante del sistema museale
diffuso dell' Ecomuseo dell'Alabastro di
Castellina Marittima - Santa Luce -
Volterra.


La cava del
Massetto è stata visitata dai
Consoli TCI [GM] nel
settembre 2008 in occasione dell'incontro istituzionale con l'Amministrazione
comunale di Santa
Luce.


PER SAPERNE DI
PIU':
Su Santa Luce ed il suo
territorio: www.comune.santaluce.pi.it – in questo sito, se ne parla anche in ‘Itinerari
turistici’ > ‘Dalle montagne al mare’
Sull' Istituto Lama Tzong
Khapa: www.iltk.it
Sull'alabastro: i
Viceconsoli TCI di Volterra Piero Fiumi e
Sergio
Occhipinti sono due autorità in materia; il primo lavora per una
delle principali e più antiche fabbriche di alabastro; il secondo è un esperto
sull'estrazione del pregiato minerale e sa intrattenere a lungo sulla storia
delle cave del Marmolaio. Per i loro
riferimenti vd. in 'Consoli' > 'I Viceconsoli
della Toscana' [VAI...]

L UOGHI DI PARTICOLARE INTERESSE
NATURALISTICO:
Il lago di Santa Luce - [GM]
Nel 1992 nasce l'OASI LIPU. Dal 2000 è Riserva Naturale
Provinciale.
Tra le specie di uccelli nidificanti merita segnalare lo
svasso maggiore Podiceps
cristatus, il tarabusino Ixobrycus Minutus, il germano reale Anasplatyrhynchos e la salciaiola Locustella luscinioides. L'area rappresenta anche un importante sito
di svernamento per l'alzavola
Anas crecca e il morillione Aythya ferina ed anche di limicoli e
di passeriformi : nei due periodi migratori la Riserva è un
importante luogo di sosta ed alimentazione per altre svariate specie di uccelli.
La Riserva è dotata di un Centro visite, laboratorio
didattico ed artistico, servizi igienici, due percorsi natura attrezzati (2 km.
circa), capanno di avvistamento e parcheggio. L'accesso ai disabili è garantito
per una prima parte del percorso. Visite guidate per gruppi o scolaresche devono
essere prenotate.
I
boschi di Santa Luce -
[SL]
Si estendono per circa 1400 ha, luoghi indicati per
passeggiate e pic-nic familiari. Sono attraversati da sentieri e strade
perfettamente transitabili, si segnala la presenza di alcune pinete e aree
attrezzate con barbeque.
In particolare, partendo dall'abitato di Santa Luce, si
dirama la strada Provinciale del Pian del Pruno che raggiunge Chianni. Essa attraversa il Demanio Forestale e la
notevole pineta omonima del Pian del Pruno.
Nel periodo estivo-autunnale può essere effettuata la
raccolta di funghi, nel periodo primaverile la raccolta di
asparagi.
SOGGIORNARE A SANTA LUCE:
Star bene spendendo poco è un'equazione generalmente
abbastanza complessa. Ma a Santa Luce si può, nel bell'Ostello della Gioventù [GM]
realizzato nel 2006 nei locali dell'ex palazzo comunale,
articolato su tre piani e
dotato di una ventina di posti letto. Per la sapiente ristrutturazione
effettuata, più che un ostello sembra quasi un accogliente hotel di charme. Vd. in: www.ostellosantaluce.com
- Nel territorio è inoltre
in progressiva espansione una rete di "veri" agriturismi e di
affittacamere.
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